MAGARìA thesis

“(…) perché la realtà è inafferrabile

e perché il linguaggio è un ordine di segni rigidi (…)” J.L. Borges

incipit

Magarìa                    o Del cammino iniziatico

In vernacolo calabrese, dell’altopiano dell’antica Monteleone, per meglio tradurne il valore emblematico, canto di un percorso evolutivo. Oggi questo è il territorio che da Vibo Valentia porta all’affaccio sibillino al mare di Capo Vaticano. E’ dove sono nato. Sono luoghi controversi, dove sin dalla mia infanzia ho avvertito forte la presenza arcaica del mito. Come una perduta narrazione dell’origine che si enuncia appena come energia disattesa: è un’assenza che si capta indecifrabile.   Questo l’iter. Fuori è mattino, ma per me è la notte dell’anima. Abbandono tutto e m’incammino. Guardo il sole che sale, vado verso l’edicola del calvario, presso la fontana; poi la quercia e gli ulivi, un limone, infine il mare purificatore. Ho raccolto la forza e la memoria dei luoghi. E’ il battesimo della conoscenza.

Ora so che debbo interpretare la vita come una magarìa, un incanto: un evento miracoloso mai totalmente comprensibile dalla mera interpretazione logica. Devo altresì abbandonarmi alla vita, alla comprensione del paradosso come possibile unica istanza veritiera.

Citando un motivo popolare, ricordo alle donne-baccanti di danzare e gioire, oltre le norme del sacro e del profano, perché la vita è inspiegabile e perpetua, ma ogni esistenza è breve e fragilissima. Perché il rito diventa rappresentazione e maschera, ovvero la formula per scandagliare il senso occulto del vivere: l’Arte.

È un folk mediterraneo che sposa incursioni psichedeliche e colori bandistici. Pensavo al Modugno dialettale degli inizi.

 

 

eros

Lamoremio                    o Del filtro d’amore

Parte la sezione dedicata all’amore, all’attrazione.

Dove tutto è Uno anche l’apostrofo nel titolo è abolito. È la canzone dell’innamoramento, dell’idealizzazione che ne consegue: dalla ripresa lieve del topos letterario del filtro d’amore, alle costruzioni metaforiche incalzanti, fino alla definitiva resa “non so niente più per dire”. Poi solo immagini, non argomentate. Come se all’amore non bastasse più il linguaggio.

La melodia e l’orchestrazione insistono su stilemi italiani da nuovo crooner mediterraneo.

– Complimenti                   o L’amatore

È l’euforia dell’incontro, il divertissement del seduttore intrappolato: si muove scaltro nel suo dizionario adulatorio, ricco di figure iperboliche, ma alla fine si dichiara sedotto e divertito.

Ha un incedere manouche, farcito di chitarre elettriche alla Ribot.

– Pura vida                  o Dell’invito al viaggio

In Costarica “pura vida” ( vita pura ) è l’intercalare ed il saluto più comune. È l’augurio di un’esistenza scevra da inutili sovrastrutture. Il paesaggio tropicale aiuta.  Alternando l’italiano, all’inglese e allo spagnolo, a volte autoindulgente maccheronico, ricerco un esperanto in grado di raccontare questo proposito di sensuale e misteriosa comunione. Pensavo a certi esotismi musicali filtrati alla Talking Heads.   La marimba è lo strumento tipico del Guanacaste, regione settentrionale di questo paradiso centroamericano, mio buen retiro d’oltremare.

 

– Melò                        o Del dubbio amoroso

E’ la fine di un amore cantata in forma dialogica, declinando un climax ascendente di fatalismo e leggerezza. Attraverso le battute di questo duetto con la bravissima Charlotte Ferradini, dichiaro la mia passione per un certo cinema d’amore ed esistenzialista, tra Antonioni e Truffaut.

È il brano più pop dell’album. Nel finale, sulle parole “ti amo e non ti amo” un synth cita “Je t’aime… moi non plus” di Serge Gainsbourg.

 

– Il mio fado per te      o Della stagione all’inferno

Una donna amata, una volta mi mandò al diavolo. Ed io ci andai. Questo è il resoconto.

I temi della separazione e del rimpianto sono per antonomasia quelli del Fado, tipica musica portoghese, che in modo personale ho cercato di riproporre, coniugandolo con inflessioni da melodramma italiano.

 

 

mythos

– Miracolo a Spinone           o Della meraviglia

Parte la sezione che raccoglie le trasposizioni di alcune figure nel mito, nuovo o tradizionale.

A Spinone al lago, sul lago d’Endine (BG), ho abitato per un anno. Leggenda vuole che di notte tale “dama del lago” cammini, col suo diafano apparire, sulle acque del lago. Ho immaginato l’antefatto, il trauma che la trattiene, ambientandolo negli anni della seconda guerra mondiale, fra sentimenti imperituri e violenze criminali. Ne è venuta fuori una murder ballad, condita con chitarre noise, mandolini e bouzuki irlandese, in perfetto connubio fra sud e nord Europa.

– Edipo a Milano                 o Del cielo

Angelo Carrara ha prodotto i miei primi 3 album. Praticamente mi ha raccolto da un bar sui navigli milanesi, dove avevo passato tanti anni a suonare tutte le sere per ore ed ore. Non potrò mai dimenticare la sua prima telefonata: – Santoro, siamo qui stiamo ascoltando le tue canzoni…quando possiamo vederci?                      Riusciva in modo disarmante ad alternare uscite geniali ad altre assolutamente naif, come quando parlando con Mauro Pagani confuse il Festival della Taranta con quello meno plausibile dell’Atalanta. La sua è la storia di un uomo tormentato, segnata da grandi successi artistici ed economici, poi abissi umani e professionali. Una storia che andava raccontata. Era al contempo distaccato e anaffettivo, quanto fragile e generoso. Ed io gli devo tanto. Lo vidi davvero, negli ultimi tempi, camminare verso un bancomat, in pantofole e trascurato, in C.so Sempione, a Milano. Per pudore non mi fermai a salutarlo. Pensai subito ad un re decaduto ed in esilio, all’Edipo a Colono. Nella sua verità universale, una tragedia greca si stava rappresentando ai miei occhi. Era Angelo che errava, espiando chissà quali colpe.  Era appassionato di parapendio. Voleva volare.  Ha trovato il suo confino nel cielo della sua adorata Milano.

 – Regina grand amor             o Della terra

È la storia di un sentimento che non si arrende al tempo e alla morte. L’ho colta dalla terra, dalla corteccia degli alberi, dalle mani di un falegname, dalle sue rughe contadine, conosciute in queste pianure padane che mi ospitano. Non poteva che essere un canto dialettale, grano per grano, come un rosario.                                   Recitato col Flamenco, musica del duende, spirito della terra, di sofferenza e catarsi.

– Storia di Vanni               o Delle domande

Ero studente di Filosofia alla Statale di Milano e stavo preparando un esame di Filosofia Teoretica. Era primavera e mi piaceva studiare nelle prime ore del pomeriggio presso i giardini della Guastalla, a fianco dell’università.  Per una settimana puntualmente Vanni venne a trovarmi.  Fumava una sigaretta dietro l’altra, senza aspettare che finissero. Accendeva la seconda con il fuoco della prima.  Mi raccontò dei sui viaggi, di sua madre preoccupata e della voglia di un amore. Fu il compendio narrativo al “Tao della Fisica” che stavo leggendo: un’esplosione di follia raccontata e articolata come una nuova favola mitologica, con i paradossi della fisica quantistica che celebravano Eraclito, Buddha, il taoismo e l’induismo.  Quanta saggezza mi aveva regalato il mio Vanni. Con quanta leggerezza potevo pormi le domande fondamentali.  Non seppi mai il suo vero nome. Non lo vidi mai più.  L’esame andò molto bene.  È quasi una filastrocca in chiave folk-dream-garage.

– Sai Maria, volevo dirti       o Dell’incanto

È la canzone dell’amor sodale. Della magia degli affetti e delle piccole cose. Ognuno di noi appartiene al mito, al racconto del mondo. Viviamo in un incanto. Attraversiamo una soglia. Farlo insieme è più bello. L’amore è condivisione.  Ha un intreccio di arpeggi chitarristici ricamati su un tessuto di hammond e synth, come una soundtrack. 

 

epilogo

– Joie de vivre             o Dell’allegria del naufragio

Qui mi ispiro dichiaratamente a Leo Ferré. Più Nick Cave. Più Morricone. E’ la musica per i titoli di coda di Magarìa.   mmagino un vate in fuga, in cerca di nuove terre dove annunciare. Non a caso si chiama Immanuel. Contempla il mondo ed esprime disagio, gioia e disperazione. Imbarcato, incontra il Pacific Trash Vortex, una sterminata isola di rifiuti, la coscienza oscura dell’umanità, materializzata. Ecco la terra promessa. Il canto è il suo vangelo: vivere come in una danza, riconoscersi fra gli elementi, testimoniando e raccontando una nuova epica. Abbandonandosi alla vita. Come un cerchio l’album si chiude e finisce. Così come era iniziato.               

                                                          R.S.